Fra la Via Emilia e il West, cronaca di un addio

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Ci sono notizie che accadono all’improvviso, e poi il giorno dopo le ritrovi sui giornali. Ma il tam tam, quello vero, parte sempre subito, mentre sei ancora immerso nella tua giornata. Io, per esempio, sto viaggiando dall’Oltrepò Pavese verso Milano Marittima, di ritorno da Malpensa, quando mi fermo — pesantemente — in provincia di Reggio Emilia. Qui vive un caro amico, uno di quelli che incontri strada facendo, fra un riconoscimento e l’altro, e che ora non opera più all’uscita dell’autostrada: ha appena sposato un nuovo progetto che lo sta riportando ai livelli raggiunti ai tempi del Teatro Coccia di Novara.

Ci siamo conosciuti grazie alla moglie, Cheffe, che proprio mentre entrava sulla Guida Michelin diventava anche mamma. Lui, invece, quel giorno aveva scelto i vini del pranzo del nostro primo incontro. Poi si era spostato nell’altro ristorante del gruppo, una trattoria di pesce con pizza, dove poi ci siamo rivisti. Un pranzo che non si dimentica, come quella cena da Massimo Bottura quando aveva una sola stella. Simone Cozzolino era il sommelier di Cannavacciuolo al Bistrot novarese e, dopo la chiusura, ha intrapreso la strada più redditizia dell’F&B Manager. E come dargli torto.

Il suo nuovo impegno è a Quattro Castella, località che mi sta particolarmente a cuore: qui, a Rubbianino anni fa, ho alloggiato in un ristorante che per la prima volta in Italia mi faceva rivivere l’atmosfera dei relais francesi. Non è che nel Bel Paese siano aumentati i ristoranti con camere, ma qualcosa continua a muoversi sempre quì. Accolgo l’invito a provare la cucina — anzi, la Cucina — della Locanda, senza particolari aspettative: viaggio con moglie vegetariana e due nipotini.

In attesa della riapertura del ristorante, dopo la pausa di lunedì e martedì, approfondisco l’offerta del Comune e, su consiglio della reception, visito anch’io — dopo la recente venuta della Principessa di Galles — una nuova entrata negli Alberghi Michelin: Roncolo. Posso dire che anche l’Emilia può avere un agriturismo di lusso degno di Umbria e Toscana. Alla Michelin l’ardua sentenza.

L’escursione prosegue nella vicina Scandiano: Cà Matilde e Arnaldo hanno lasciato la segreteria accesa e sono in ferie sia il 5 che il 6 agosto. Finisco così all’Osteria di Scandiano, dove, nonostante il caldo, i Medici sono in piena attività nel loro villino Liberty con ampi parcheggi da entrambi i lati. L’ingresso nel parco è consentito solo ai portatori di handicap. È uno di quei “Ristoranti” dove, quando telefoni, risponde qualcuno: in questo caso, Simone.

Il caso vuole che, nonostante la giornata rovente, arrivino alcune prenotazioni last minute. È vero che se la mattina vedi tutto il personale all’opera — come mi è capitato solo dai Roca’s oltre che quì — la sera il locale è completo. A Scandiano non manca l’occasione di visitare una cantina insignita dei Due Bicchieri Rossi del Gambero 2026: Bertolani. Degna di nota anche la Piscina di Monte Cavolo, ottimo esempio di attività comunale.

Eccoci alla Corte Ruspecchio, che apre la sera dal mercoledì alla domenica e anche a pranzo nel weekend. Siamo in un parco poco distante dalla via principale che collega le località a monte della Via Emilia. Il dehors è allestito con tavoli molto distanziati; all’interno l’aria condizionata lavora bene. Simone ci accoglie con uno spumante di Pojer & Sandri, segnale che si andrà oltre il km 0. Fin qui nessun indizio particolare: la location conta un centinaio di coperti e il parcheggio si sta popolando.

Come prevedibile, non c’è amuse bouche, ma il cestino del pane — delizioso, anche con grissini — ci permette di chiedere dell’olio, come già visto alla Francescana. Gli chef hanno carta bianca e ci fanno arrivare un antipasto finito anche in Mangiar Reggiano 2026: Tagliatella di Seppie con Carpaccio di funghi porcini, scaglie di parmigiano e aceto balsamico. Normale amministrazione: può capitare di gustare un piatto eccellente all’inizio, poi mantenere la media diventa più difficile.

Intanto, per i bimbi arrivano le tagliatelle al ragù, per cui molti arrivano da fuori regione. Per l’altro nipote, la versione vegetariana, in bianco, tanto in voga a Milano, con formaggiera di Parmigiano già grattugiato. Anche per la Signora si va sul vegetariano: una Rosa di Melanzane talmente buona che non ho avuto come consorte neppure la possibilità del semplice assaggio.

Mentre le tagliatelle scompaiono, a noi nonni arriva un risotto ai gamberi — per me e per la nonna solo agli agrumi. Su questo piatto si accende qualcosa che rivaluta tutto ciò che è venuto prima. Tutti d’accordo sull’alta cucina, ma c’è anche chi è disposto a fare centinaia di chilometri per una tagliatella al ragù, che qualche chef solleva col forchettone per motivi estetici pur di proporla.

Torniamo al riso, che in carta costa 16 euro: dire “ai gamberi” è riduttivo. È un piatto per cui si potrebbe spendere uno zero in più senza battere ciglio. Il riso è rigorosamente al dente, i gamberi raggiungono una croccantezza simile a un asparago bianco nascosto fra i chicchi di un risotto al tartufo provato a Les Chênes Vertes. In un semicerchio, mentre nell’altro si aggiunge un carpaccio di battuto di gamberi che rende il piatto “instagrammabile” senza scomodare la Nouvelle Cuisine. Gli agrumi danno il tocco del Sud: uno dei due chef patron, Aniello, arriva da Napoli.

Potremmo chiudere qui, ma i cuochi hanno previsto una main course di tutto rispetto, servita su una ceramica ereditata da uno storico ristorante di pesce della zona. L’Ombrina è eseguita alla perfezione: esteticamente imponente, pelle cotta perfettamente, parte bianca delicata e deliziosa. La sauce al pomodoro invita alla scarpetta, ma l’esperienza insegna che è meglio il cucchiaio per gustare “la parte più buona”. La stoviglia, però, non permette di raccogliere tutto se non con il pane.

Completamente appagati, nonostante le porzioni abbondanti, resta posto per il dessert. E qui spesso si cade. Il dessert dei dessert del momento, a prima vista, potrebbe far pensare proprio a questo: costa otto euro, e non siamo in un tre stelle Michelin. Qui, per ora, non c’è neanche un Bib Gourmand nei paraggi. Osservo la Pavlova pensando che la grande meringa sopra sia troppo invadente: non è così. La piacevolezza è talmente bilanciata che anche qui si potrebbe aggiungere uno zero al prezzo, come se fossimo a Parigi allo Cheval Blanc.

All’indomani, 6 agosto 2026, riprendiamo la Via Emilia passando da Formigine, da Pan de Via — nuovo forno — e dal Museo Ferrari di Maranello. Il pranzo è previsto dall’altra parte di Modena, a Nonantola, da La Smorfia, dove una giovane pizzaiola prosegue l’attività della madre.

Ed è proprio in questo passaggio che, in auto, apprendiamo della morte di Francesco Guccini, da un’amica che ce lo scrive su WhatsApp. Resto quasi impassibile e penso alla sua età, vent’anni esatti di differenza. A un concerto del poeta non si poteva mancare: quella lunghissima Locomotiva e altre non proprio radiofoniche erano le più apprezzate ma questa volta è Dio a dirlo: Guccini è morto. Resta il ricordo dell’unico artista che abbia intervistato nel backstage completamente ubriaco: immaginate il mio imbarazzo allora, e oggi nell’apprendere che preferiva il Lambrusco. Quante chiacchierate avremmo potuto fare, con la complicità del suo manager Renzo Fantini non più solo in cielo, con Vinicio Capossela — altro che non rilascia interviste da sobrio — e Paolo Conte.

Elio Crociani Journalist

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