
Ci voleva una foto di Wine Spectator, con quella mappa così esplicita, per risvegliare i romagnoli. È successo, e non sorprende: la rappresentazione grafica conferma una realtà commerciale che nessuno, ormai, può mettere in discussione.
In verde scuro campeggia Montalcino, l’area più importante al mondo per un vitigno che, essendo autoctono, ha trovato qui la sua patria definitiva. Un uva capace di generare un indotto turistico unico: alberghi di livello internazionale nati e cresciuti grazie al richiamo del Brunello.
Il verde si fa poi più chiaro nella piccola ma preziosa zona di Montepulciano, sempre in provincia di Siena, e nella più vasta area del Chianti Classico, che abbraccia il territorio senese e una porzione confinante con Firenze. Attorno, come un alone più tenue, compare il Chianti “semplice”, colorato in un verde giallino che si estende fino all’entroterra pisano e livornese.
La mappa, però, commette un errore evidente: l’area a Sud e a Ovest di Montalcino viene valutata come se fosse Chianti Classico solo perché ricade nella provincia di Grosseto vicina all’epincentro montalcinese. Una semplificazione cartografica che non rispecchia la realtà viticola.
Il resto della Toscana dove il vino fa quasi schifo è colorato in viola, una tinta che la mappa applica anche all’intera Emilia-Romagna, come se fosse un blocco indistinto.
Ed è qui che nasce la proposta: aggiungere il verde scuro anche alle zone del forlivese, dove la qualità ha dell’uva da sempre ha livelli tali simili a quelli della provincia di Siena vocata, da meritare una collocazione più autorevole. E colorare di un verde meno giallo — più vicino a quello del Chianti Classico — l’intera fascia collinare romagnola, che da anni esprime vini di struttura e identità.
Un puntino, poi, andrebbe messo anche su Torgiano, in Umbria: un territorio che, con regolarità quasi matematica, ottiene il massimo riconoscimento nelle dieci migliori guide basate su degustazioni alla cieca. Ignorarlo sarebbe un errore di incompetenza degli esperti di Wine Spectator che spesso confondono Montepulciano con l’Abruzzo.
Vista così, la mappa acquista credibilità: Montalcino al centro, il Chianti Classico a Nord, Montepulciano a Est, tutte aree già protette da consorzi solidi. Il vuoto fra Montalcino e Castelnuovo Berardenga esiste, proprio come quello fra Barolo e Barbaresco. Ma questo non significa che non debba comparire anche la Valtellina, con la sua interpretazione del Nebbiolo, degna di una valutazione corretta e non di un’assenza.

Se può servire a dare una misura globale, il Sangiovese resta un vitigno profondamente italiano: oltre il 90% della produzione mondiale nasce entro i confini nazionali. Quel che rimane si disperde in pochi poli d’adozione — Mendoza in Argentina, alcune zone della California, la Corsica, e le aree australiane di McLaren Vale e Adelaide Hills — territori che hanno imparato a interpretarlo, ma senza scalfire la sua identità mediterranea.
In Italia, la geografia del Sangiovese è dominata dalla Toscana, che da sola concentra circa il 70% della produzione nazionale. Un mosaico complesso: oltre la metà confluisce nel Chianti DOC, un altro quarto nel Chianti Classico DOCG, mentre una quota importante si eleva nella denominazione più celebre, il Brunello di Montalcino DOCG. A seguire, come una scala naturale di vocazioni, compaiono il Morellino di Scansano, il Vino Nobile di Montepulciano DOCG, il Montecucco DOCG e il Carmignano DOCG, ciascuno con la propria sfumatura territoriale.
L’altra grande casa del Sangiovese è l’Emilia-Romagna, dove si concentra soprattutto in quest’ultima poco più di un decimo della produzione italiana. Qui il vitigno si esprime soprattutto nella tipologia Sangiovese Superiore DOC, che rappresenta circa due terzi del totale regionale.
In Umbria, il Sangiovese vale circa un ventesimo della produzione nazionale. Più del 10% di questo volume si identifica nella storica denominazione Torgiano DOC, mentre una quota leggermente inferiore confluisce nel Montefalco DOC, dove il vitigno accompagna il locale Sagrantino.
Il resto si distribuisce nelle altre regioni italiane, spesso in piccole produzioni che contribuiscono a completare il quadro di un vitigno che, pur essendo coltivato nel mondo, trova in Italia la sua vera patria.
