Il Sangiovese sul podio dei vini più desiderati al Mondo

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C’è anche un po’ di Sangiovese tra le uve dei dieci vini più cercati al mondo sul web, secondo la Top Ten 2026 stilata da Wine‑Searcher, l’oracolo digitale dell’e‑commerce enoico globale. E, per rassicurare i produttori del vitigno simbolo d’Italia, va detto subito che non si tratta dei soliti Chianti, Montalcino o Montepulciano: la sorpresa arriva proprio da chi ha scelto di uscire dai binari dei Consorzi. Insomma, anche la Romagna potrebbe farcela, se decidesse di ribellarsi con i suoi IGT “Superubicon”, figli di una libertà che altrove ha già fatto scuola.

Ma andiamo con ordine. Quali sono, davvero, i vitigni più desiderati all over the world? La platea dei romagnoli — produttori e bevitori — è vasta, e la curiosità merita risposta.

Il Cabernet Sauvignon domina incontrastato: è presente in sette vini su dieci, con l’unica eccezione del mitico Cheval Blanc, storicamente un 50/50 tra Merlot e Cabernet Franc. Per il resto, il rosso più famoso del pianeta non compare mai in purezza: sempre assemblato, sempre accompagnato, anche solo da un tocco di Petit Verdot. Neppure lo Shiraz australiano, che pure conquista una sola posizione in Top Ten, riesce a presentarsi integro: il Grange di Penfolds arriva al massimo al 97%.

A parte le due presenze borgognone — dove, come si sa, si piantano solo Pinot Noir e Chardonnay, e guai a mescolarli — il resto della classifica è un trionfo bordolese. I primi sette vini parlano tutti la lingua della Gironda, con una sola incursione australiana sul terzo gradino del podio.

In coda, ma solo per posizione e non certo per prestigio, due Romanée‑Conti/La Tâche da 19 e 5,5 mila euro a bottiglia. E poi, al nono posto, l’unica incursione italiana: un Sangiovese all’80%, completato da Cabernet Franc e Cabernet Sauvignon. Prezzo? Appena 177 euro, un’inezia rispetto ai mostri sacri che lo precedono.

E allora la domanda sorge spontanea: che fine hanno fatto Nebbiolo e Brunello? La morale della favola è semplice: il segreto sta nell’appellativo “Super Tuscan”, quel vino ribelle e sessantottino che sfidò il Gallo Nero quando ancora imponeva di tagliare il Sangiovese con un 20% contenente anche uve bianche. Il Marchese Antinori disse basta, e nacque Tignanello. Da lì in poi, uscire dal Consorzio e dare un nome alla propria creatura è diventato un gesto di emancipazione. Lo stesso sta facendo Soldera di Case Basse, il vigneron che conquista anche le enoteche più modeste, pur viaggiando online a mille euro la bottiglia.

E allora, cari romagnoli, ben vengano anche i vostri Super Rubicon. La storia insegna che la ribellione, quando è fatta bene, porta lontano.

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